Bioetica in odontoiatria

Il termine ‘bioetica’ ( bios ‘ vita’ + ethos ‘ comportamento, ‘etica’ : nel senso di ‘etica della vita’ ) ha un valore semantico vasto, è polisemico, racchiudendo ambiti dotati di una autonomia semantica propria, benché apparentati. Apparve per la prima volta nel 1971, nel titolo dell’opera Bioethics. A bridge to the Future, del biochimico e oncologo americano Van Rensselaer Potter II.

Oggi il termine bioetica è inteso nell’accezione di etica biomedica, senza riferimenti all’etica ambientale: l’insieme delle analisi critiche e degli sviluppi normativi che riguardano le dimensioni morali della pratica clinica, della ricerca biomedica sperimentale e delle strategie di sanità pubblica. La bioetica è un area di studio multidisciplinare, che regolamenta la ricerca biomedica e le sue applicazioni cliniche, e controlla la liceità di qualsiasi intervento dell’uomo sulla vita. A partire dagli anni 70, soprattutto in ambito anglosassone, il dibattito bioetico si è sviluppato attorno a tre principi cardinali:

 

 

-          Il principio di beneficità: obbliga il medico a lenire le sofferenze del paziente  ( problema della legittimità morale dell’eutanasia) e ad agire per il suo bene; gli è connesso il principio di non maleficità, secondo l’ippocratico primum non nocere

-          Il principio del rispetto per l’autonomia del paziente: in nome del diritto di autodeterminazione dell’individuo, non si può condurre ricerca senza assenso del paziente -> consenso informato

-          Il principio di giustizia o equità : per cui, nella sperimentazione sull’uomo, non devono esistere categorie sociali deboli discriminanti -> tutti poveri e ricchi, hanno diritto alle stesse risorse sanitarie -> problema del rapporto costo/beneficio: le tecnologie hanno costi elevati, quale priorità governa la distribuzione delle risorse ?

Fin dall’antichità, principi e valori ispirano la pratica professionale della medicina attraverso giuramenti e codici deontologici che definiscono regole di comportamento, una sorta di guide per una condotta moralmente corretta, che vincolano la condotta del medico al bene del paziente, secondo il primum non nocere. Il Giuramento di Ippocrate ( II metà sec. IV a.C. ) è il primo, archetipo codice deontologico. Regola la prassi del medico e impone limiti alla sua condotta,  attraverso tre divieti fondamentali:

1)      Contro l’eutanasia attiva e passiva: non somministrerò a nessuno una droga mortale, pur se mi viene richiesto, né prenderò l’iniziativa di dare un tale suggeriemto.

2)      Contro l’aborto: ugualmente non applicherò a una donna un pessario che provoca l’aborto

3)      Contro interventi chirurgici pericolosi ( calcoli o ‘mal della pietra ‘ ) il cui esito negativo potrebbe recar danno al buon nome della professione. Il medico ippocratico è medico ‘internista’, evita la chirurgia e l’intervento sul corpo: non inciderò i malati colpiti da litiasi, ma lo lascerò fare agli specialisti di questa malattia.

Il giuramento stabilisce dunque norme etico-comportamentali che regolano la condotta degli appartenenti alla fratia ( fraternità  confraternita’   ) per tutelarla dalle conseguenze degli insuccessi. Vincolato con un contratto di associazione a rispettare i doveri della professione, il medico ippocratico deve agire nell’interesse della vita del paziente, rispettare il segreto professionale, compiere solo atti di cui è capace in quanto possessore di tecne ( che lo distingue dai ciarlatani ), soccorrere il maestro in caso di bisogno ( rapporto privilegiato maestro-discepolo ), esser puro: … è nella purezza e nella pietà che tracorrerò la mia vita ed eserciterò la mia arte ( il Giuramento afferma i principi della privacy e della trasparenza nell’esercizio dell’arte). I principi suddetti definiscono il trattamento medico moralmente accettabile e la condotta da tenere nell’esercizio professionale.

Tratto dalle dispense dell'insegnamento di Storia della Medicina, Prof.ssa Luciana Rita Angeletti

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