Odontoiatria - storia di una professione

Il mondo primitivo: l'odontoiatria pre-colombiana. La civiltà dei Maya ( apogeo 300-900 d.C. ) stanziata nella penisola dello Yucatan, eccelse nella lavorazione di pietre e metalli, ma non impiegò questa abilità per sviluppare tecniche odontoiatriche volte a migliorare le condizioni della dentatura. Gli interventi praticati sui denti avevano scopi esclusivamente rituali; nelle cerimonie religiose l'ornamento ha un valore culturale, sicché i Maya usavano annerirsi i denti, limarli e decorare gli incisivi superiori e inferiori con intarsi di giada e turchese. Le cavità avrebbero ospitato le pietre preziose e semipreziose ( oltre a giada e turchese anche piriti ferrose, ematite, detta "pietra di sangue", quarzo serpentino e cinabro ovvero il materiale dal quale si trae il mercurio, poi impiegato nella terapia della sifilide ) erano ricavate nei denti di soggetti vivi con una sorta di trapano, col quale si praticavano fori attraverso lo smalto e la dentina. Per aumentare l’aderenza, lo spazio fra inserto e cavità veniva sigillato con sostanze adesive minerali ( fosfato di calcio e forse silicone ).

Inoltre, è certo che i Maya effettuavano l’impianto di materiale allo plastico, come testimonia il frammento di mandibola, ritrovato nel 1931 dai coniugi Popenoe in Honduras, caratterizzato dall’impianto di tre pezzetti di conchiglia in luogo degli incisivi inferiori. Datatabile intorno al 600 D.C, il frammento rappresenta il primo esempio di impianto allo plastico endo-osseo eseguito con successo su vivente. Le indagini radiografiche condotte da Amedeo Bobbio, autorità mondiale dell’implantologia, hanno mostrato la formazione di un osso compatto attorno a due degli impianti, con tessuto simile a quello che circonda un impianto attuale, prova che l’innesto fu effettuato sull’individuo vivo.

La Mesopotamia

Tra il 3500 e il 300 a.C nella “ terra fra i due fiumi “ Tigri e Eufrate sorse la civiltà dei Sumeri, che ci ha lasciato tavolette di creta con scritte cuneiformi, ritrovate nella biblioteca del re Ashurbanipal. Da questi scritti derivano le nostre conoscenze sull’arte odontoiatrica del tempo. Di medicina tratta dal Codice di Hammurabi, inciso su una stele di diorite nera conservata al Museo del Louvre di Parigi. Le leggi n° 200 e 201 recitano: “ se qualcuno rompe un dente a un suo pari, subirà la stessa sorte; se qualcuno rompe un dente a un inferiore, gli sarà imposta una multa di un terzo di mina d’argento”. Dunque, si riconosce ai denti un certo valore. Lo stato dei denti indicava ai medici mesopotamici l’origine e il decorso di una malattia. La convinzione, protrattasi fino al Settecento, che la carie originasse da un verme è documentata per la prima volta a Babilonia; su una tavoletta di creta rinvenuta nella biblioteca reale è scritto: “il verme, piangendo, andò da Shamash ( il Sole ) , le sue lacrime scorrevano … cosa mi darai da mangiare e da bere ? ti darò il fico maturo e l’albicocca… sollevami e fammi abitare tra i denti e le gengive! Succhierò il sangue dai denti e rosicchierò le gengive”.

Tratto dalle dispense dell'insegnamento di Storia della Medicina, Prof.ssa Luciana Rita Angeletti

Ancor prima dei barbieri.

È sorprendente constatare come fin da epoche remote esistessero medici specialisti. Non è difficile trovarli come "oculisti di palazzo", "medici dell'addome" o in posizione di più difficile individuazione come "medico interprete dei liquidi occulti". Vi era persino un "custode dell'ano" con molta probabilità equivalente al nostro proctologo. Uno dei medici più antichi della storia egizia fu Hesire, vissuto intorno al 2650 a.C. "capo degli scribi reali" ma anche insigne "capo dei dentisti", come testimoniano le sei magnifiche stele di legno ora al Museo Egizio del Cairo, create per onorare colui che fu fra i supervisori della costruzione della piramide a gradoni del re Djoser a Saqqara.

fonte: Storica - National Geographic, Agosto 2009

Storia dell'odontoiatria: odontoiatri già barbieri.

L'insegnamento della medicina, come qualsiasi altra forma di insegnamento nel Medioevo, era inizialmente strutturato su libere associazioni, societates contratte direttamente dagli studenti e da un maestro disposto a comunicare il suo sapere sulla base di accordi precisi e di un compenso concordato. Già nell'XI secolo Maestro Salerno, nella prefazione al suo Compendium, si rivolge ai suoi socii dilectissimi (De Penzi, 1857-59), intendendo con ciò riferirsi ai suoi studenti e non certo ad altri membri di una associazione medica di là da venire. È soltanto nel XIII secolo che le prime università verranno assumendo quella caratteristica forma di organizzazione su base associativa di maestri e studenti, con diversa prevalenza degli uni sugli altri, comune a tutte le università europee. L'università di Bologna era una associazione di studenti, preclusa ai maestri i quali si organizzarono in una corporazione o collegium, che richiedeva per l'ammissione alcuni requisiti da accertarsi mediante esame: il certificato rilasciato, la licenza di insegnare o licentia docendi, divenne così la prima forma di titolo accademico.

Parigi, al contrario, fu un'università di maestri che intorno al 1200 aveva già gli attributi essenziali di una corporazione (diritto di eleggere propri magistrati, di agire in tribunale per il tramite di procuratori, di darsi degli statuti), giuridicamente riconosciuta nel 1215.Fu stabilito definitivamente un curriculum di studi, per quanto riguarda durata, frequenza e materie, diritti e doveri di maestri e studenti, esami conclusivi e titoli accademici: baccelliere, come grado intermedio al titolo di maestro, e poi maestro, e dottore, in arti, legge, medicina, teologia. La medicina, sebbene la dissezione anatomica su corpi di animali, in special modo su maiali, fosse pratica comune a Salerno già nel XII secolo, era essenzialmente studiata sui libri, di Galeno ed Ipprocrate con i loro traduttori e commentatori arabi e quel gruppo di testi che continuarono ad essere stampati, sotto il titolo di Articella, fino a tutto il XVI secolo.

Certo, nessuna materia era meno adatta al metodo di dogmatismo verbale e sillogistico che, accanto al principio di autorità, regnava nelle università medievali; la logica (il sillogismo, la disputa e l'ordinato schieramento degli argomenti pro e contro tesi specifiche), infatti, non solo era la più importante materia di studio, ma improntava anche tutte le altre materie del suo metodo e dava tono e carattere alla mentalità dell'epoca. A ciò si aggiunga che nel XIII secolo si stava già sviluppando quella frattura tra teoria e pratica tra scienza e tecnica che porterà, nell'ambito della materia medica, attraverso il rifiuto del medico fisico di operare manualmente, e in forza di nuove disposizioni legislative legate all'insegnamento universitario, alla definitiva separazione tra medicina e chirurgia, tra la professione del medico e quella del chirurgo e allo strutturarsi della pratica terapeutica in una gerarchia ben precisa: i medici, generalmente associati alla facoltà di medicina di qualche università; i chirurghi organizzati in corporazioni con gradi e licenze, una sorta di aristocrazia chirurgica; e i barbieri che facevano la barba e praticavano la piccola chirurgia, vendevano unguenti e tisane, salassavano, medicavano piaghe, incidevano ascessi e cavavano denti.

Autorevoli testimonianze su questo stato di cose, e su quanto tale situazione fosse sentita a tutti i livelli, si possono riscontrare nelle opere di alcuni grandi chirurghi della seconda metà del XIII secolo. Se già Albucasis, la cui opera influenzò in modo notevole lo sviluppo e la formazione della figura del chirurgo in questo secolo, polemizzava con barbieri ed empirici per i danni causati dalla loro ignoranza, Bruno da Longoburgo e il Lanfranchi osservavano come la pratica chirurgica fosse ormai completamente abbandonata nelle mani dei barbieri, lamentando invece il fatto che i medici fisici disdegnassero di praticarla, considerandola arte inferiore, indecorosa e non degna di un uomo di studi. Quella del barbiere è una figura importantissima nella storia della medicina del Medioevo; sottovalutati e disprezzati, soprattutto dai loro colleghi "ad abito lungo", i barbieri spesso raggiunsero un alto grado di perizia e abilità nella loro pratica quotidiana, spesso ai confini tra legalità ed illegalità, anche se generalmente venne loro riconosciuto il diritto di esercitare la chirurgia, pur dovendo limitare la loro azione a terapie marginali circo-scritte alla cura dell'esterno del corpo fisico (al barbiere, ad esempio, sarà sempre vietato somministrare medicamenti per bocca, di qualsiasi tipo). La chirurgia venne inserita per la prima volta in un curriculum universitario s6lo nel 1378 a Bologna, grande centro di studi anatomici, dove una costante pratica d'insegnamento da parte di grandi maestri della medicina aveva favorito l'affermarsi di una mentalità più aperta e pragmatica: in Italia, infatti, la frattura tra medicina e chirurgia fu assai meno profonda e accentuata che altrove e le controversie non assunsero mai quegli aspetti di scontri in difesa di interessi corporativi raggiunti invece in altri paesi, specialmente in Francia, e a Parigi in particolare.
Lo statuto parigino della corporazione dei barbieri-chirurghi, il cosiddetto Collegio di St. Còme, risale al 1268 ed è reperibile nel Livre des Métiers, opera di Etienne Boileau, prévòt di Saint Louis (il "prevosto" di Parigi era un magistrato che amministrava la città, in nome del re, con autorità diretta sulle corporazioni e ampi poteri di carattere giudiziario); vi sono riuniti gli statuti delle differenti corporazioni che il Boileau, nella sua veste ufficiale, doveva omologare (Franklin, 1884).


Lo statuto stabiliva l'elezione di sei giurati con il compito di sorvegliare e amministrare la comunità, composta all'epoca sia dai chirurghi, "ad abito lungo", che dai barbieri, o chirurghi "ad abito corto". Loro principale funzione era di esaminare i titoli di "coloro che praticavano la chirurgia" e di ammettere nella comunità solo chi ne fosse ritenuto degno. Ottenuto un tale riconoscimento ufficiale, i chirurghi di St. Còme, nel tentativo di differenziarsi dai semplici barbieri, abbandoneranno a questi ultimi, che tra l'altro non erano ammessi alla carica di giurato, la pratica di radere e la piccola chirurgia; le due classi tenderanno sempre più alla separazione e ingaggeranno una lotta che durerà più di quattro secoli, con risultati alterni. Infatti negli anni successivi i chirurghi di St. Còme, forti dell'appoggio di Jean Pitard primo chirurgo del re, attraverso alcuni decreti reali riuscirono ad imporre la proibizione della pratica chirurgica per i barbieri, a meno che questi non avessero superato un esame di fronte ai maestri chirurghi. Ma lo statuto del 1371, confermato da un'ordinanza dell'anno seguente, fissava un capo della comunità nella persona del primo barbiere e valletto di camera del re, che amministrava la corporazione, sorvegliava la professionalità e riscuoteva le ammende; ribadiva l'obbligo a sostenere un esame di abilitazione e, malgrado l'opposizione dei chirurghi diffidati a loro volta dall'interferire nell'attività dei barbieri, si concedeva a questi ultimi di praticare alcune operazioni chirurgiche e di intervenire su certe ferite. Seguire nel dettaglio l'evoluzione della contesa tra chirurghi e barbieri in questo periodo sarebbe lungo e noioso. Basti ricordare che a cavallo tra il XV e XVI secolo i barbieri ottenevano dalla Facoltà di medicina di poter seguire i corsi di anatomia presso l'Università per quattro anni e, dal momento che i barbieri non conoscevano il latino, i corsi vennero tenuti, nonostante l'opposizione del Collegio di St. Còme, in un latino francesizzato comprensibile ai più.
E a partire da questo momento che i dottori della Facoltà di medicina iniziarono a servirsi dell'opera chirurgica dei barbieri, sia per interventi sui propri malati, sia per dimostrazioni (dissezioni) su cadaveri, nei corsi di anatomia (André-Bonnet, 1955). Nel XVII secolo la chirurgia è considerata ancora arte inferiore alla medicina: quasi tutti i chirurghi escono dalla corporazione dei barbieri e sono dei pratici ai quali manca generalmente ogni fondamento di studi; se un chirurgo, desideroso di innalzare la sua condizione, voleva ottenere una licenza in medicina doveva impegnarsi con atto notarile a non praticare più operazioni chirurgiche. In questo secolo l'uso delle parrucche divenne una moda dilagante: intorno al 1650 una classe di artigiani senza pretese chirurgiche si staccò dai barbieri e costituì un'associazione autonoma, i barbiers-perruquiers, tutelata, nella sua attività di confezione e vendita di parrucche, da una serie di editti reali che proibivano formalmente ai barbieri-chirurghi di invaderne il campo. Questi ripetuti interventi del potere reale possono sembrare patetici tentativi di mettere un po' d'ordine all'interno di una situazione molto confusa e contraddittoria. La pratica medico-chirurgica sfuggiva in realtà a qualsiasi controllo ufficiale: molti medici esercitavano senza averne i titoli, molti si fregiavano di attestati fasulli o di diplomi sotto forma di lettere, rilasciati da autorità locali, il cui valore intrinseco era meno che nullo.


E l'accordo del 1655, l'unione di chirurghi e barbieri-chirurghi in un'unica corporazione, non solo non portò alcun chiarimento definendo una volta per tutte l'ambito di intervento del chirurgo, ma fu anzi responsabile della grave confusione che continuò a regnare in questo campo, almeno fino all'inizio del XVIII secolo. La richiesta di fusione delle due comunità, ennesimo momento della secolare lotta tra chirurghi, barbieri, e dottori della Facoltà di medicina, si risolse a tutto vantaggio di questi ultimi che accettarono la richiesta con la clausola riduttiva che la nuova associazione si modellasse sulla corporazione dei barbieri-chirurghi, sotto l'autorità del primo barbiere del re e con le garanzie dei precedenti statuti. E solo con gli editti del 1699 e con l'istituzione del titolo di "esperto" che si comincia ad intravvedere un progetto articolato di definizione dell'ambito professionale delle varie specialità chirurgiche. Il primo uso conosciuto del termine operateur per indicare un praticante l'arte odontoiatrica si ritrova sul frontespizio dell'opera di Arnauld Gilles, La Fleur des Remedes contre le Mal des Dents (1621), nel quale l'autore si definisce appunto Operateur pour le mal des dents. Quasi tutti gli operateurs di cui conosciamo il nome furono al servizio dei re di Francia, durante il XVII secolo; la presenza a corte di un operateur du Roi fu definitivamente stabilita e regolata a partire da Luigi XIV e in virtù dei benefici e dei privilegi loro concessi, i dentisti del re erano gli unici a possedere un titolo ufficiale, diplomi e attestati di cui continuavano a fregiarsi anche una volta terminato il loro incarico a corte. Il termine operateur, applicato al praticante l'odontoiatria, sembrerebbe definirlo come uno specialista in chirurgia, e così è stato inteso da parte di una certa letteratura storico-medica che afflitta da complessi di inferiorità, nel tentativo di nobilitare le origini della professione odontoiatrica, tende a sottovalutare l'apporto, talvolta decisivo alla nascita dei primi dentisti indipendenti, della più umile figura del barbiere-chirurgo, privilegiando appunto l'aspetto strettamente chirurgico. Già nel XII secolo il salernitano Giovanni Plateario, come riferisce Pietro Ispano nel suo Thesaurus Pauperum (1494), afferma che un'eventuale estrazione deve essere effettuata da unperitus artiftx, un esperto pratico della sua arte, un assistente del chirurgo. In Francia, verso la fine del XVII secolo, ritroviamo il termine "esperto" per designare una categoria di specialisti (erniari, litotomisti, ortopedici, oculisti, e naturalmente dentisti) cui affidare una serie di operazioni chirurgiche, abbandonate prima di allora ad empirici e ciarlatani.


Con l'editto reale del 1699, infatti, si subordinava la pratica della chirurgia minore al superamènto di un esame teorico e pratico, che il candidato doveva sostenere di fronte a un collegio di esaminatori presieduto dal Primo Chirurgo del Re. Superato l'esame, che, dal momento che non si istituivano corsi preliminari, non poteva che limitarsi ad un controllo di una generica capacità professionale comunque acquisita, il neo diplomato assumeva il titolo, ufficiale a tutti gli effetti, di "esperto" (in campo odontoiatrico expert pour les dents). Veniva così associato alla vita di una "Comunità di Maestri Chirurghi", sottoposto all'autorità del Primo Chirurgo, impegnandosi a versare i contributi d'uso e a non superare i limiti imposti all'esercizio della sua arte.
Alcuni Autori interpretano questo editto reale del 1699 come un momento della secolare lotta ingaggiata a Parigi tra Chirurghi e Medici fisici; secondo tale impostazione si tratterebbe di un indiscutibile successo del Collegio di St. Còme, la corporazione dei chirurghi, nell'intento di strappare la chirurgia minore dalle mani di ambulanti e ciarlatani per portarla sotto il proprio controllo, rafforzando ulteriormente la propria posizione di indipendenza dai medici fisici accademici (Hoffmann-Axthelm, 1981). Da un punto di vista pratico l'editto ebbe ben pochi effetti. Il livello di preparazione dei cosiddetti esperti era, come riferisce Fauchard (1728), per lo più "al di sotto del mediocre" anche se ciò era imputabile a due cause ben precise: la mancanza di corsi d'insegnamento pubblico o privato di chirurgia nei quali fosse impartita una preparazione teorica e in cui l'aspirante dentista potesse apprendere le basi fondamentali dell'arte, e la scarsa preparazione degli esaminatori abilitati a rilasciare il titolo di expert pour les dents, Maestri Chirurghi che, "sebbene molto sapienti in tutti gli altri rami della chirurgia, non praticavano normalmente la chirurgia odontoiatrica. In tali occasioni - continua Fauchard - sarebbe opportuno ammettere nel ruolo di esaminatore un dentista abile ed esperto". A Fauchard si deve l'introduzione del termine dentiste, associato a chirurgien dentiste, che è anche il titolo della sua famosa e importantissima opera; nella prefazione egli fa una distinzione precisa tra chirurgien dentiste e dentiste, tra il chirurgo che praticava l'odontoiatria e il semplice dentista. Tuttavia, come riferisce Dagen (1926), poco dopo la metà del XVIII secolo in Francia i termini operateur, operateur pour les dents, dentiste e chirurgien dentiste furono usati indiscriminatamente, soprattutto in provincia, per definire ogni tipo di praticante, compresi ciarlatani e cavadenti. Certamente non possiamo stupirci di una situazione del genere, se ancora nel 1708 il famoso chirurgo e anatomico parigino Pierre Dionis nel suo Cours d'operations de Chirurgie, nel momento stesso in cui riconosceva l'importanza della chirurgia dentale, esprimeva l'opinione che una di queste operazioni, l'estrazione, fosse compito esclusivo degli operatori dentali, non soltanto in virtù della loro maggiore esperienza, ma anche e soprattutto perché tale pratica, richiedendo l'applicazione di una certa forza manuale, avrebbe irreparabilmente rovinato la mano del chirurgo, che doveva essere ferma e delicata.


È soltanto a partire dalla seconda metà del XVIII secolo che si cominciano ad intravvedere i primi mutamenti in senso progressivo all'interno di una situazione ormai chiaramente statica; in Francia, e a Parigi prima che altrove, la figura del dentista, pur con tutte le sue contraddizioni, comincia a formarsi nelle sue caratteristiche moderne, come risultato di una ricca produzione letteraria precedente, resa disponibile e revisionata criticamente da Fauchard, e dell'accumularsi di un grande patrimonio di conoscenze tecnico-operative dovute all'oscuro apporto di empirici e abili artigiani.
L'editto del 1699, nel tentativo di regolamentare la posizione legale dei praticanti l'odontoiatria, doveva essere probabilmente rimasto lettera morta se in un registro dei "dentisti" parigini del 1761 figurano soltanto trenta Experts, incluse due donne (Dagen, 1926). Evidentemente continuavano ad esercitare dentisti senza licenza, inclusi gli operateurs pour les dents della corte reale, per non parlare dei cavadenti ambulanti la cui attività si svolgeva prevalentemente in provincia e nelle campagne. È probabile che la preparazione teorico-pratica, che nei primi esperti lasciava molto a desiderare, avesse raggiunto nella seconda metà del secolo, un livello molto più decoroso; un nuovo editto del 1768, infatti, regolamentava l'ammissione all'esame per il conseguimento del titolo: per essere ammessi bisognava presentare un certificato da cui risultasse che il candidato aveva effettuato due anni interi e consecutivi di pratica, in qualità di apprendista, presso uno dei Maestri Chirurghi o uno degli esperti" di Parigi e sobborghi, oppure tre anni se presso un dentista di provincia. L'esame, senza dubbio più impegnativo di quanto fosse stato in precedenza, si componeva di una parte pratica e di una parte teorica, da sostenere nel Collegio di Chirurgia nell'arco di due giornate, di fronte a quattro qualificati Maestri od Esperti, al Primo Chirurgo o a un suo delegato, al docente della Facoltà di medicina e a quello di St. Còme. Il neoesperto si impegnava ad esercitare esclusivamente l'odontoiatria, pena gravi sanzioni.


Nonostante ciò, il numero degli esperti, verso la fine del secolo, non solo non tendeva ad aumentare, ma diminuiva in modo preoccupante, lasciando sempre più spazio alla pratica empirica; a ciò si aggiunga che nel 1791 l'Assemblea Nazionale, nella dichiarazione dei diritti dell'uomo, aboliva le corporazioni di professioni, arti e mestieri, proclamando libertà d'esercizio per tutte le professioni. L'anno seguente la Convenzione decretava lo scioglimento di Facoltà e Comunità scientifiche, istituti privilegiati e fonti di privilegio, tra le quali il Collegio di Chirurgia, minando alle basi un modello organizzativo che, per quanto imperfetto, avrebbe potuto essere assunto, e non solo in Francia, a progetto per la futura organizzazione professionale di una specialità che troverà in seguito molte difficoltà ad inserirsi all'interno della medicina ufficia
le. La nascita della corporazione dei barbieri, la Barber's Guild, risale in Inghilterra al XIII secolo.
La pratica estrattiva veniva considerata, qui come altrove, da evitare: si consigliava di ricorrere ad
essa solo in casi estremi. La letteratura dell'epoca è molto scarsa al riguardo, ma John Arderne (1412), considerato il padre della chirurgia inglese, riteneva tale operazione molto pericolosa.
Il termine inglese che designava i praticanti l'odontoiatria era tooth-drawers, letteralmente cava-denti. La prima testimonianza dell'uso di questo termine è reperibile in un documento della Barber-Surgeon's Company del 1376 e nei registri della corporazione si trovano riferimenti concernenti l'ammissione come membri di alcuni tooth-drawers (Matheson, 1928).


La corporazione ottenne il riconoscimento ufficiale nel 1462 con un decreto di Edoardo IV; un ulteriore passo si ebbe nel 1540: un atto del parlamento stabilì l'unione di barbieri e barbieri-chirurghi in un'unica corporazione, con privilegi garantiti da Enrico VIII. Secondo questo editto i barbieri, oltre a radere, non potevano esercitare altra forma di chirurgia se non l'estrazione dei denti. L'attività chirurgica, d'altro canto, oltre ai chirurghi veri e propri, venne permessa anche ai fisici accademici. Gli annali della corporazione (Young, 1890) riportano, per il decennio che va dal 1550 al 1560, soltanto tre riferimenti ad una vera e propria pratica odontoiatrica, nella figura di tre membri della Compagnia definiti tooth-drawers. Tra di essi un tale William Thomlyn, al quale il 23 novembre 1557 fu rilasciata una licenza alquanto restrittiva per estrarre e pulire i denti ("to drawe teeth and to make cleane teeth, and no more") (Lindsay, 1933). Nel 1685 Charles Allen pubblicò quello che è oggi considerato il primo libro inglese di odontoiatria intitolandolo The Operatorfor the Teeth, termine in seguito adottato da molti dentisti inglesi (Lindsay, 1927).Nel 1745 la Surgeon's Company annullava l'unione con i barbieri, rivendicando l'autonomia della propria attività, e se da una parte i barbieri continuarono ad occuparsi di chirurgia minore e i tooti~drawers di estrazioni, dall'altra i più esperti tra i dentisti, quelli che nel corso del XVII secolo avevano cominciato a definirsi operators for the teeth e che non si limitavano alle estrazioni, ma avevano ampliato il loro campo di intervento all'igiene, alla conservativa e alla protesistica, si staccarono a loro volta dai barbieri per confluire nella corporazione dei chirurghi. In tal senso è molto significativo il frontespizio dell'opera di Thomas Berdmore (1770): A Treatise on the disorders and deformities of the teeth andgums, nel quale l'autore si definisce chirurgo (e non barbiere) e dentista (e non "operatore dentale"). La professione odontoiatrica in Inghilterra ha senz'altro seguito un percorso molto più lineare che altrove, anche se non bisogna dimenticare che l'esercizio dell'odontoiatria fu, per lo meno fino alla metà del XIX secolo, in gran parte appannaggio di empirici cui non mancava certo abilità pratica, ma di scarsissima se non inesistente preparazione teorica. Del resto questo contrasto tra sviluppo teorico (è intorno alla fine del XVIII e all'inizio del XIX secolo che furono pubblicati i fondamentali contributi di Hunter, Bell, Fox) e realtà operativa è una delle caratteristiche più evidenti e indiscutibili della storia dell'odontoiatria europea.

 

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Storia dell'odontoiatria: La perizia dei primi dentisti in un villaggio di 9.000 fa.

INSIEME CON AGRICOLTURA E ALLEVAMENTO, nei più antichi villaggi sedentari del Neolitico indiano, ancora prima dell’invenzione della ceramica, nacquero anche i presupposti per una professione sin troppo attuale: quella del dentista. La scoperta è stata pubblicata giovedì 6 aprile 2006 dalla rivista Nature 1 e riguarda lo studio paleoantropologico della necropoli di Mehrgarh (Pakistan), risalente a circa 9.000 anni fa. La necropoli prende il nome dall’attuale villaggio di Mehrgarh, situato tra il margine occidentale della valle dell’Indo e le alture settentrionali del Beluchistan, sul passo del fiume Bolan, uno degli innumerevoli e ancor oggi incontrollabili passi che connettono il Pakistan con l’entroterra afghano. Oggi la regione, per motivi di sicurezza, è preclusa alla ricerca archeologica di campo. Ma per più di 30 anni è stata teatro di alcune delle più importanti scoperte sull’origine della vita civile nel continente eurasiatico 2. Grazie alle campagne di scavo qui condotte dalla missione in Pakistan diretta da J.F Jarrige, direttore del Musée Guimet di Parigi, è stata superata la visione tradizionale di una «mezzaluna fertile» limitata alle sole regioni del Vicino Oriente. Oggi sappiamo che agricoltura e allevamento furono inventati ai margini del mondo indiano contemporaneamente a quanto stava avvenendo in Anatolia, Israele, Palestina, Egitto. Le pendici orientali e le valli interne dei rilievi del Beluchistan, pur appartenendo globalmente a una delle zone geografiche più aride del pianeta, si compongono di un mosaico di piccoli ecosistemi molto favorevoli all’insediamento.


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Storia dell'odontoiatria: Sant'Apollonia

E’ raffigurata come una giovane con una tenaglia, a volte con i denti che le furono estratti. Spesso, come martire , tiene in mano il ramo di palma del martirio.

 


 

Apollonia era una anziana diaconessa di Alessandria che subì il martirio nel 249 secondo san Dionisio, vescovo di Alessandria, in una lettera scritta al vescovo Fabiano di Antiochia, in cui descrisse le persecuzionicontro i cristiani sotto l’imperatore Filippo l’Arabo. Durante una sommossa, i cristiani furono trascinati via dalle loro case e uccisi dopo aver dovuto assistere al saccheggio dei loro averi. Fu presa anche Apollonia cui furono spezzati i denti rompendole le mandibole. Il supplizio non fini qui: portata fuori dalla città, si impose alla diaconessa di recitare frasi blasfeme, minacciando di bruciarla viva. La donna chiese un momento di riflessione, durante il quale si libero’ dalla stretta degli aguzzini e si lancio’ nel fuoco. La figura del martire fu in seguito confusa con l’altra Apollonia, morta a Roma durante le persecuzioni di Giuliano l’Apostata. L’iconografia dell’anziana diaconessa la trasformò presto in una giovane, con una tenaglia come se le fossero stati strappati i denti.

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